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[AGGIORNATA] Cronache da New York  -  Terrorismo internazionale Societá e Costume
Terrorismo internazionale 

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[AGGIORNATA] Cronache da New York
Terrorismo internazionale

Rojking

Nome dooyoo: Rojking

Prodotto:

Terrorismo internazionale

Data: 12/09/01   Ultima modifica il 22/10/01 (28 letture)
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1 - "Ultime notizie da New York" (11 settembre 2001, sera)



"Donate il sangue", c'e' scritto su pezzetti di carta attaccati dappertutto. "Donate il sangue", ripete a ogni pie' sospinto la televisione. "Tornate domani" dicono invece all'ospedale quando ci si presenta per compiere la missione. Scioccati dall'attentato di stamattina, gli abitanti di Manhattan si sono affollati ai centri trasfusionali offrendo sangue, sangue, una alluvione di sangue che si accumula nei depositi piu' in fretta di quanto non si possa utilizzarlo. Ce ne sara' bisogno, nei prossimi giorni, e quindi il consiglio e' di tenerne un po' da parte per la settimana.



Dopo una mattinata passata attaccato alla TV per avere le ultime notizie e a Internet per assicurarsi di aver dato

notizie rassicuranti ad amici e parenti, mi sono fatto una girata per quest'area settentrionale di Manhattan, piu' di un centinaio di isolati a nord del luogo dove fino a ieri sera sorgevano le Torri Gemelle. E quel che si vede in giro e' abbastanza rassicurante, soprattutto dopo ore di immagini superdrammatiche di esplosioni, crolli e gli immensi pennacchi dei fumi velenosi delle torri che continuano a bruciare da stamattina incuranti degli sforzi dei pompieri. La gente va in giro con una certa stordita tranquillita', per molti la giornata sembra una come le altre. Pero' si nota un passo diverso da quello dei giorni scorsi: per molti l'attentato e' diventato una specie di vacanza forzata dal ritmo frenetico della citta', e rispetto ai giorni scorsi e' piu' facile vedere gruppetti di persone che chiacchierano e commentano quel che e' successo.



Diverse persone parlano al cellulare, segno che in qualche modo le linee sono almeno in parte state ristabilite. Ma a ogni angolo della strada ci sono poliziotti che ieri non si vedevano. I cinema sono chiusi per lutto, la Chiesa di St. John the Divine suona da ore la campana a morto e quasi tutti gli esercizi legati a una qualche catena in franchising sono chiusi "due to recent events". Una filiale della catena di videoteche "The Wiz" ha affisso sulla porta un e-mail inviato

stamattina alle 11.27 a tutti i negozi del gruppo: si ordina la chiusura immediata del negozio e si invitano tutti gli impiegati a recarsi immediatamente al Madison Square Garden, dove e' stato rapidamente approntato un centro di accoglienza con cibi, bevande e letti. Per entrarvi occorre dimostrare con un documento di identita' di essere un dipendente di "The Wiz" -ma saranno accolti anche i clienti purche' accompagnati da un dipendente.



Restano aperti invece una quantita' di negozietti piu' piccoli e presumibilmente a conduzione familiare. Siamo passati in uno spaccio per comprare del detersivo e il tizio dietro la cassa ci ha informato di aver venduto galloni e galloni di acqua a

gente evidentemente convinta di dover affrontare una specie di assedio. Il sindaco Giuliani ha rassicurato espressamente che a New York c'e' abbondanza di provviste, e di denaro nelle ATM (le Automatic Teller Machine, ossia i Bancomat), ma evidentemente

c'e' chi preferisce non fidarsi. In effetti dal fruttivendolo abbiamo trovato una discreta fila, a quanto mi dicono del tutto fuori dalla norma.



La kermesse televisiva intanto si sta inevitabilmente spegnendo nell'inevitabile teoria di mezzibusti con la faccia addolorata.

Stasera il presidente Bush parlera' ufficialmente alla nazione dopo il paio di interventi gia' trasmessi e ritrasmessi dalla

televisione, ma per ora sullo schermo si alternano i volti compunti dei potenti di seconda categoria, tutti sdegnati ma determinati ad affermare l'impegno a ricostruire il prima possibile la normalita'.



Intanto il sole e' calato su cio' che resta delle Torri. Strano

pensare che appena qualche giorno fa, a Venezia si era vista la New York semidistrutta e allagata di "A.I." e dalla quale emergevano i resti delle due torri, che si reggevano appoggiate

una sull'altra. Stamattina sono bastate un paio d'ore per rendere

sinistramente obsoleto un film che ambiva a descrivere un futuro

apocalittico di qui a duemila anni. Ma proprio al cinema quel che

e' successo oggi viene costantemente paragonato: una sorta di incrocio fra "Pearl Harbour" e "L'inferno di cristallo", che per il momento ha avuto il risultato di isolare Manhattan come in "1997: Fuga da New York".



Come diceva il titolo di un bel poliziesco di Sidney Lumet, "Night falls on Manhattan". Una notte che sara' un bel po' piu' buia di quella di ieri.



2 - "Manhattan, due giorni dopo" (13 settembre 2001, mattina)



L'odore del fumo che continua a uscire dalle rovine del World Trade

Center fa ormai parte dell'ossigeno che si respira ogni giorno. Non

te ne accorgi piu', ma ti basta passare qualche minuto in un luogo

chiuso per ritrovarlo subito non appena esci nuovamente in strada.

A seconda di come il vento soffia si puo' sentirlo anche quassu'

alla Columbia University, piu' di cento blocks a nord della zona

del disastro.



Giovedi' 13 e' il giorno in cui New York ha deciso di cominciare a

ritrovare la normalita': anche se tutto il baseball si prende una

seconda giornata di lutto stretto, oggi gli spettacoli di Broadway

riprendono da oggi -per sollevare lo spirito degli abitanti di

Manhattan e magari ridurre la frustrazione di chi da mesi aveva gli

ambitissimi biglietti del fortunatissimo musical "The Producers"

(John mi dice che nemmeno Mel Brooks, che ne e' il regista, e'

riuscito a procurargli i biglietti). Con due ore di ritardo riaprono

le scuole, ma bisogna vedere quanti ragazzi ci andranno veramente.

Sono due giorni che la tv ammonisce i genitori sui rischi per i

bambini di cio' che si vede in televisione: parlate loro del

terrorismo, spiegate loro cosa e' successo, cercate di prevenire

uno shock che potrebbe avere conseguenze profonde. E' stato riaperto

il Metropolitan Museum ("The Met"), e' ancora chiuso il Guggenheim.

Si sa ancora ben poco dei voli: le notizie tv parlando di una possibile

riapertura stamane alle 11, ma sono due giorni che annunci simili sono

dati e immediatamente smentiti. Sono rimasto mezz'ora in attesa sulla

linea della British Airways per apprendere alla fine che gli aeroporti

dovrebbero essere aperti piu' tardi per alcuni voli che devono entrare

negli Stati Uniti, ma che ancora non si ha la minima idea di quando

sara' possibile ripartire per l'Europa.



Ho fatto un giro per le strade, ieri pomeriggio. La metropolitana

e' stata quasi completamente riattivata e mi ha scaricato alla

Penn Station, a un passo da un Madison Square Garden con le bandiere

a mezz'asta. Ho proseguito a piedi da li' verso il Greenwich Village:

le macchine devono fermarsi alla quattordicesima strada, ma a piedi

si puo' arrivare fino a Houston Street (si pronuncia "Hauston", non

"Hiuston"). Il risultato e' che ci sono quattordici isolati deserti,

affollati solo da persone a piedi e munite in gran parte di mascherine

per respirare -non necessarie, ma e' vero che l'aria vicino al

Financial District e' visibilmente meno trasparente che altrove-

macchine fotografiche o bandiere americane. Ho incontrato due ragazzi,

un bianco e un nero, che marciavano in mezzo alla strada. Il nero

sventolava una enorme bandiera a stelle e strisce, il bianco

cantava fortissimo (e con qualche stecca sugli acuti) l'inno

nazionale, intercalandolo con slogan come "They can knock us down,

they can't keep us down".



L'impressione era quello di una popolazione divisa fra il dolore, la

nostalgia inespressa per la tranquillita' di appena tre giorni fa,

l'eccitazione per il fatto di trovarsi in prima linea in un evento

destinato ad essere registrato su tutti i libri di storia. La buona

notizia e' che non si avvertono grossi sentimenti di vendetta: la sera

di martedi' qualche gruppetto di facinorosi ha cercato di avviare una

sorta di operazione punitiva ai danni dei newyorchesi di origine araba,

ma si e' trattato per fortuna di deplorevoli casi isolati. La "rabbia

quieta" di cui ha parlato Bush sembra per fortuna non essere solo uno

slogan. Ma ad esempio la nuova edizione del "The Village Voice", il

celeberrimo settimanale gratuito che sostituisce una delle piu' diffuse

guide alla citta', ha una copertina non proprio pacata, che mostra una

immagine spettacolare e terribile dell'impatto del secondo aereo.

Il titolo e' in grandi lettere nere. Dice, semplicemente, THE BASTARDS!

(Il sito del settimanale e' www.villagevoice.com)



Houston Street e' il confine sud della citta' e isola completamente la

punta sud di Manhattan. Tutte le strade sono presidiate dalla polizia,

che lascia passare solo i soccorritori. Mostrando i documenti, qualcuno

riesce a passare, probabilmente per tornare a casa: ma ho incontrato un

signore furibondo rimasto fuori dalla barricata da cui era uscito solo

pochi minuti prima. Incidenti a parte, comunque, la popolazione

collabora

volentieri: un ometto vestito di nero faceva la spola fra tutti i

posti di blocco ringraziando i poliziotti, chiedendo come stavano e

insistendo per stringere loro la mano. Dalle barricate si vede benissimo

il fumo che continua a salire dalle rovine. Il vento ha ravvivato il

fuoco nel tardo pomeriggio, e la sera e' venuto giu' un altro edificio

ferito a morte dalle scosse di martedi' mattina.



All'angolo fra la quattordicesima e l'Avenue A esiste gia' un murale

dedicato al disastro dell'11 settembre: mostra le due torri ancora in

piedi, parzialmente avvolte dal pennacchio di fumo nero che le tv ci

fanno rivedere a oltranza ormai da tre giorni. Ai piedi dell'affresco

non si contano le candele, i fiori, i biglietti e persino qualche

orsacchiotto di peluche. E una piccola folla si avvicenda davanti

all'altarino improvvisato per lasciare un ricordo o per restare in

silenzio. Pochi isolati piu' a nord, sul muro di un importante ufficio

cittadino sono stati affissi due grandi fogli rossi su cui la gente va

a scrivere parole di gratitudine per i pompieri e i poliziotti che gia'

hanno perso la vita nelle operazioni di salvataggio: sono piu' di

trecento e il numero sembra destinato a crescere. Leggendo fra i

messaggi

si trovano i nomi di agenti missing in action, commenti addolorati,

poesie ma anche qualche occasionale ambiguita': qualcuno e' riuscito a

scrivere "Attenzione, il capitalismo uccide". Gran parte delle chiese

sono aperte per chi vuole pregare: ieri sera alle nove era possibile

entrare alla Cattedrale di St. Patrick, nel cuore della Fifth Avenue per

accendere una candelina.



Quanto agli amici e conoscenti, il giorno dopo l'attacco sembra essere

stato il piu' duro. Svanita l'eccitazione, tutti sono stanchi morti.

Cornel, marito di mia cugina, ha passato tutto martedi' a lavorare alla

Columbia University per metter su un centro di accoglienza dove

potessero dormire le persone bloccate sull'isola e ieri e' rimasto gran

parte della giornata stramazzato davanti alla TV, seguendo le ultime

novita'. I vari telegiornali sono ovviamente concentrati sui tentativi

<br>ormai disperati di tirar fuori dalle macerie gli ultimi superstiti, e

sullo schermo passa una serie infinita di gente disperata che lancia

appelli per qualche amico o congiunto che non ha dato piu' notizie di

se'.



Ho incontrato John alle sei, in un albergo su Madison Avenue, e dopo

cena abbiamo fatto un giro per il centro. Alle otto di sera, le strade

erano semideserte. Bisognerebbe poter vedere quel che resta del celebre

skyline della citta' da fuori Manhattan: ma da qui si poteva vedere che

gran parte dei grattacieli non erano illuminati, chissa' se in segno di

lutto oppure se per motivi di sicurezza. Senza luce, la punta liberty

del Chrysler Building sembra un totem sinistro, una freccia nera che

indica un cielo da cui non si sa piu' cosa aspettarsi.



3 - "Il giorno del ricordo" (15 settembre 2001, notte)



Dopo tre giorni di sole spettacolare, il tempo sembra essersi

adeguato all'umore della citta' e di tutta la nazione: e' da

stanotte che su New York e su Washington diluvia quasi senza

sosta, quasi che anche il cielo volesse partecipare a quello

che e' stato dichiarato giorno di lutto nazionale. Le TV sono

state per gran parte della giornata sintonizzate sulla Messa

cantata tenuta a Washington alla presenza del presidente Bush,

dell'ex presidente suo padre, e di tutti gli altri ex presidenti

salvo Ronald Reagan, ormai perso nelle nebbie dell'Alzheimer.

La celebrazione ha raggiunto il suo culmine con un coro generale

di "Glory, glory, Halleluiah" in cui i volti dell'America che

comanda si alternavano con immagini drammatiche dello spacco

nel muro del Pentagono, delle rovine annerite del World Trade

Center, delle operazioni di salvataggio che ieri hanno tirato

fuori dalle macerie un piccolo gruppetto di pompieri ma che

costringono anche ad aggiornare continuamente verso l'alto il

conto di quelli che non ce l'hanno fatta -un montaggio in diretta

che pero' scuote nel profondo senza suscitare sospetti di retorica

nazionalista, come se l'America avesse nei suoi geni il potere di

trasformare in cinema tutto cio' che tocca.



Anche le frasi che si sentono dire in giro dalla gente, o dagli

intervistati in televisione, sembrano scritte da uno sceneggiatore.

Un esponente della comunita' ebraica dichiara: "We sing together

or we sink together" (o si canta insieme o insieme si va a fondo).

Probabilmente sta pensando agli episodi di razzismo che purtroppo

non cessano di verificarsi e che fanno pensare davvero a un brutto

film. Una collega di mia cugina, di origine coreana, ha visto un

gruppo che picchiava un arabo per la strada, e si e' sentita subito

intimare di "tornarsene in Giappone". La sorte degli araboamericani

non sara' facilitata dal fatto che la televisione abbia divulgato

i nomi di alcuni dei presunti attentatori, tutti quanti di origine

mediorientale.



Ma intanto la citta', seguendo i consigli del sindaco Giuliani, si

e' risvegliata e ha ripreso ritmi analoghi a quelli normali. Le

strade -quelle che non sono presidiate dalla polizia- sono di nuovo

piene di un traffico reso ancora piu' difficile dai continui allarmi

dovuti a telefonate minatorie. Soltanto ieri sono state annunciate

piu' di novanta bombe e anche se si e' trattato sempre di falsi

allarmi e' chiaro che si e' costretti a prenderli tutti molto ma

molto sul serio. Qualche aeroporto ha provato a riaprire, ma subito

dopo ha dovuto chiudere di nuovo per attentati veri o presunti.

Anche oggi il centralino della British dice di non contare sui voli

in uscita dagli Stati Uniti: qualche volo per l'Europa forse partira'

dal Canada (Toronto o Montreal), ma bisogna vedere chi se la sente

di partire anche da quella destinazione ora che tutti sono consapevoli

che e' come salire su un ariete imbottito di carburante esplosivo.



Broadway ha ufficialmente riacceso le insegne, e anche i teatrini

off Broadway non sono stati da meno, anche se non tutti gli spettatori

sono gia' in vena di tornare a divertirsi. Ieri sera, alla ripresa del

fortunato spettacolo off "Bat Boy - the Musical" la sala era per due

terzi vuota nonostante la serata fosse esauritissima da circa un

mese. Non lontano in spirito dal celebrato "Little Shop of Horrors",

lo spettacolo e' basato su una serie di articoli sensazionalistici

pubblicati dal settimanale cult "Weekly World News", un tabloid

specializzato in notizie inventate di sana pianta (il sito e'

www.weeklyworldnews.com, ma occhio che vi apre subito tre o quattro

finestre extra strapiene di pubblicita') e si distingue per un tipo

di umorismo estremo e sicuramente non per tutti i palati -vacche

decapitate, topi spremuti come limoni fino a una feroce presa in giro

di "The Lion King" in cui decine di peluche si abbandonano a un'orgia

interbestiale. Ma ovviamente e' per questo che lo si va a vedere e la

defezione di una parte cosi' grande della platea non puo' lasciare

indifferenti. Alla fine della rappresentazione, quindi, l'intera

compagnia accetta solo un primo giro di applausi: poi uno degli

attori prende la parola e ringrazia chi e' venuto di avere, con

le sue risate, contribuito a sollevare lo spirito di tutto il cast,

auspicando che lo spettacolo sia riuscito a sua volta a distrarre

gli spettatori per un paio d'ore. Si finisce con l'invito a tutta

la sala di alzarsi in piedi per cantare insieme "God Bless America".

Una scelta curiosa, visto che l'inno americano sarebbe "The Star

Spangled Banner", ma forse e' giusto che in un teatro si preferisca

una canzone tratta da un musical di Irving Berlin.



Tornando a casa fra poliziotti sempre piu' onnipresenti e strade

chiuse al traffico e talvolta anche ai pedoni, un barbone nero ci

chiede un'offerta. "Per gli Stati Uniti d'America", dice senza la

minima esitazione, e John -pur versandogli l'obolo richiesto- prega

di non venire a raccontargli balle del genere. Il tipo, prontissimo,

ribatte: "OK, so how about it's for the United Negro Pizza Fun"?

Ci si allontana con una sana risata.



Intanto la giornata dedicata alla preghiera si avvia alla conclusione.

La pioggia che da ore batteva impietosa sui soccorritori, ha smesso

verso il tardo pomeriggio, aprendo la strada a una serata limpida e

finalmente ripulita dall'atmosfera sudaticcia della tarda estate di

New York. Ancora una volta e' il tempo che avverte la citta' che si

volta un'altra pagina. L'aria adesso e' fresca, quasi croccante, e

mentre il cielo comincia ad arrossarsi si cominciano a vedere per la

strada persone che girano con una candela accesa. Il passaparola ha

fatto il giro dell'America via Internet, e molti abitanti di Manhattan

si riversano nelle strade con decine di candele. Ci sono i piccoli

ceri da cimitero nel cilindretto di alluminio e le candele da salotto

a forma di tortiglione, le candeline da chiesa che bruciano veloci e

le massicce mangiafumo capaci di restare accese per ore e ore. Molte

sono dotate di un bicchiere trasparente che le protegge dal vento e

ne amplifica la luce, altre hanno soltanto un pezzetto di carta forata

che serve a impedire alla cera di gocciolare addosso a chi le porta.

Si aggregano agli angoli della strada, svolazzano nelle prime ombre

della sera che cadono sulla citta' come nei fumetti di Nick Carter,

solcano intrepide il buio accecante delle zone non illuminate del

Central Park. Davanti al Metropolitan Museum se ne sono radunate un

paio di centinaia. Duecento persone che probabilmente si incontrano

per la prima volta e stanno cantando con voce sicura canzoni che sanno

di torta di mele, di Norman Rockwell, di stelle e di strisce. Di stelle

e strisce e' vestita una bambina che balla come un piccolo cigno, e le

bandierine dell'Unione sono quasi tante quante le candele. Gia' ieri,

in un servizio televisivo, era stato intervistato un signore che

produce bandiere americane e che ne sta vendendo piu' di

venticinquemila ogni giorno -il patriottismo e' anche un bell'affare,

ma nessuno ha la mala creanza di farlo notare e forse anche questo e'

un esempio perfetto di quanto possa essere forte, soprattutto in questo

momento, lo spirito di appartenenza a una nazione orgogliosa dei suoi

colori e delle sue tradizioni. Sulla strada davanti al museo passa una

macchina della polizia che, con l'altoparlante, abbaia: "God Bless

America, folks!" e viene salutato da applausi e sbandieramenti.



Proseguendo verso Union Square, le candele aumentano -senza

moltiplicarsi come ci si potrebbe aspettare: si tratta comunque di una

sorta di veglia e nessuno eccede. Un gruppo di ragazzi con gli occhi a

mandorla mi vede passare e mi offre una candelina rossa. Portarla

dall'altra parte del Central Park senza farla spegnere, nonostante il

vento che comincia ad alzarsi, sembra all'improvviso il minimo che si

possa fare, ma arrivando a Columbus Square e' chiaro che il piccolo

cero ha i minuti contati. Lo lascio quindi su uno dei tanti altarini

improvvisati davanti a qualsiasi statua che si possa trovare in giro.

Vedere qualcuno che prega davanti a Cristoforo Colombo puo' sembrare

sulla carta una cosa strana, ma dopo tutto una candela puo' anche

essere solo una candela, senza stare a voler scomodare simboli o

religioni piu' o meno esotiche o personalizzato. Il dolore e' comunque

il dolore di tutti.



Torno a casa passando davanti al Lincoln Center. Davanti all'Opera di

New York anche la fontana circolare al centro della piazza e' diventata

un gigantesco candeliere attorno a cui la gente canta, si abbraccia,

perde in silenzio lo sguardo in centinaia di fiammelle crepitanti nel

vento. Lungo la strada del ritorno la gente sembra quasi piu' allegra,

gia' proiettata in un weekend di cui molti sentono il bisogno e sono

tanti ad affollare i ristoranti e i caffe', a scherzare con gli amici.

Poi pero' quando capita di sentire qualche parola si nota che in pratica

non esiste conversazione in cui non venga menzionato il World Trade

Center. L'assenza delle due torri e' di quelle che e' impossibile

ignorare: anche ignorando le copertine dei settimanali, cartoline e

souvenir ormai obsoleti continuano a rievocare i giganti scomparsi,

ed accettare il fatto che non esistano piu' e' difficile come quando

sparisce una persona cara, che sembra sempre di risentire o di vedere

con la coda dell'occhio. Mentre la citta' finalmente tira un poco il

fiato, nella parte sud di Manhattan si continua a scavare. Appoggiate

lungo i marciapiedi, allineate davanti ai portoni, assiepate sotto un

albero, accanto a un distributore di giornali, davanti a una caserma

dei pompieri candele di ogni forma concludono da sole la giornata

della tristezza. Qualcuna si e' gia' consumata fino in fondo, qualche

altra si e' spenta a causa del vento, ma la maggior parte continua a

bruciare nella notte, continua a far luce, continua a sanguinare

sull'asfalto piccoli rivoli di cera fusa color bianco, rosso e blu.



PS

Ho scritto queste note da Manhattan per gli amici a casa, che il giorno dell'incidente mi hanno cercato di contattare disperati via e-mail, telefono e quant'altro senza sapere che per mia fortuna mi trovavo ben lontano dal WTC. Voglio precisare che ora sono, per fortuna, riuscito a tornare a casa. Ma mi accorgo che tanti amici gia' cominciano a dimenticare quello che e' successo a Manhattan e che io stesso gia' faccio fatica a pensarci come a una realta'. Rileggendo queste note, scritte a caldo, riprovo pero' le sensazioni terribili di quei giorni. Se fossi riuscito a comunicarle anche a qualcuno di quelli che le hanno lette sarei felice di aver fatto qualcosa di utile.

Conclusione:

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